Se decidi di andare su un’isola greca dell’Egeo partendo da un porto della Penisola, con i cani, per fare qualche giorno di caccia alle pernici, sai perfettamente che una simile improntitudine la potrai purgare cara. È una scelta sicuramente inusuale, certamente fuori dal comune, raramente ripagata da un carniere che si possa definire solamente bastevole. Già il viaggio può rivelarsi impegnativo e non dura mai meno di un giorno e mezzo, a volte due se i traghetti ti danno buca e partono in un orario o in un giorno che non è quello che ti avevano comunicato. Ma non fa niente. Sai che gli amici ti aspettano, che l’accoglienza sarà calorosa e gioiosa e che in Grecia ti devi rilassare e rallentare: siga siga, avrio (piano piano, domani).I cani sono ben educati e non creano complicazioni neppure sul traghetto interno. Annusano l’aria del mare: i giovani animosamente stupiti, i vecchi febbrilmente consapevoli. Io so già che, durante il viaggio di ritorno, avranno di che sognare durante i sonni pesanti -quanto ristoratori non so-, con muscoli e articolazioni dolenti e le zampe sfinite. Ma non posso cominciare dalla fine. Cacciare le pernici chukar sull’isola in Grecia è per me una emozione che supera addirittura quella che provo nel perseguire le roja spagnole. Forse sto dicendo una bugia, forse è il ricordo più recente che confonde il giudizio. È però un fatto che cacciare con il mare intorno a te, con le pietre sotto i piedi che a volte scottano e a volte sono viscide obbligandoti a equilibrismi da camoscio, il profumo del timo e della salvia selvatica e di tutte le altre essenze che crescono stente e che ti impregnano gli scarponi e le narici, ecco, queste cose hanno un fascino seducente. E poi tu, e i cani soprattutto, sapete che loro, le pernici, sono lì. Ti hanno già visto da lontano e stanno correndo con agilità e sfacciata sicurezza tra sassi, rocce e cespugli lasciando ai cani la consapevolezza della loro presenza con il tenue odore della pesta. Animali meravigliosi queste pernici, uccelli spettacolari che un dio buonissimo ha deposto sulle terre bagnate dall’Egeo all’alba dei tempi. A te resta l’eccitazione e l’ansia di doverle rincorrere su un terreno lunare, qualche volta ricoperto totalmente da terribili cespugli spinosi, la cui caratteristica è di avere aghi sottilissimi che i cani dapprima cercano di attraversare sfondando ma poi, generalmente dopo il primo giorno di caccia massacrante, si rifiutano di attraversare. Allora ci cammini sopra tu, perché hai messo le ghette di cuoio, e ti carichi il cane in spalla146per attraversare quell’intrico terribile, dopo aver posto il fucile scarico a tracolla. Fortuna che ho femmine di setter che raramente superano i diciassette chili. Ricordo Luigino incollarsi il bellissimo e bravissimo Caio, ventitré chili di cane, smadonnando a me, alla Grecia, ai cani, alle pernici e alle beccacce. Perché sì, succede anche questo, che mentre cacci a novembre le dannate chukar, il cane ti fermi le prime beccacce d’arrivo lungo i riaki che salgono tra gli scogli dei pendii. Che è quello che poi Bora faceva. E io sparavo. E poi toccava andarle a cercare tra gli spini per raccoglierle e mentre Mauretto e Luigino rovistavano nel fitto degli spini massacrandosi, Bora ne fermava un’altra e un’altra ancora, guidandole prudente lungo il fosso scosceso mentre le beccone provavano a scamparla di zampa imitando le pernici. Povere dilettanti. Sparare a una beccaccia, al confronto con le pernici, è come picchiare i bambini piccoli sul sagrato della chiesa. E io sparavo e Luigino mi malediva. Pernice batte beccaccia dieci a uno. Nell’isola, allo scoperto. Ma anche nel rarissimo bosco di lecci, dove lo scolopacide salva la ghirba più spesso ma dove la pernice, nello stesso ambiente, irride cani e fucili. Io la penso come gli spagnoli di Langa de Duero e -immagino- tutti gli altri iberici, che giudicano la “roja” di ben altra caratura rispetto alla “sorda”. Ricordo ancora lo sguardo ammirato dei campesinos del pueblo quando mi videro arrivare al paese con tre pernici rosse attaccate ai ganci di ferro triangolari che ti danno lì, in quei posti, per attaccarli alla cinta. Lì dove i cacciatori esibiscono con orgoglio il loro carniere, guadagnato con fatiche e abilità perlopiù sconosciute ai frequentatori di bordelli venatori a prezzi modici. Le chukar cantano. Lo fanno più spesso di quanto uno non pensi e quando ci hai fatto l’orecchio le senti anche a distanze notevoli. Ti dicono dove sono, un po’ come si faceva da piccoli quando, giocando a nascondino, fingevi di aiutare quelli più imbranati a trovarti ma che, una volta arrivati dove li avevi chiamati, tu eri da tutt’altra parte e facevi tana. Anche le chukar lo fanno. I cani arrivano, prendono la passata, fermano qualche sosta, si allargano per intercettarle ma non le trovano. Sono già un paio di chilometri più avanti. E senza neppure un battito d’ali, tutto lavoro formidabile di cosce. Poi, per fortuna, qualche volta si sbagliano. Capita che si infilino in certi canali che scendono verso il mare e che il cane le chiuda lì fermandole, prudente e incazzato, con gli occhi che sprizzano pazzia trattenuta oppure socchiusi ma non sornioni, a gustarsi quella emanazione che immagino seducente come canti di sirene. Altre volte sorprendi l’isolata ritardataria, rimasta nascosta in qualche crepaccio o147rimpiattata tra i sassi e i bulbi di un pascolo che può dirsi tale solo se frequentato da capre o pecore isolane. Sparare al branco richiede concentrazione assoluta e una saldezza di nervi che solitamente ti sono sconosciute. Ma dopo averle cacciate per ore, rincorse in luoghi dove non penseresti mai, a mente serena, di mettere piede e aver sentito il sangue turbinare nel cervello e nel cuore, riesci a combinare col fucile quello che nessuno potrebbe pensare. Tantomeno tu. E quando l’isolata si impasta letteralmente sulla rosata della fucilata d’incontro o viene smontata e staccata dal branco con un traversone impossibile anche per un campione olimpionico di tiro a volo, ecco, sì, pensi che il paradiso te lo abbiano già regalato e che l’inferno valeva la pena di essere visitato. A riportarti a terra ci pensa il cane, quando l’abbocca. Ci arriva sopra rabbioso. Non l’afferra, la morde. Una, due, tre volte, a bocca piena. Poi, quando è sicuro che sia ben morta, se la bilancia perfettamente nelle fauci, testa da una parte, zampe e coda dall’altra, e te la riporta facendoti capire bene che sì, lui te la dà, ma se tu puoi gustare il piacere di accarezzare e annusare un simile trofeo, hai dei meriti da spartire. Certo che lo so.
