Incantato dai cani in tutte le loro manifestazioni, da sempre sono stato attratto da razze disparatissime perché vedevo in ognuna di esse uno scopo e una configurazione affascinante. Cocker, pastori tedeschi, levrieri, cani da slitta, labrador, terrier, bassotti, segugi, cani da ferma: in tutti c’era la selezione dell’uomo per esaltare l’utilizzo di ciascuna di queste razze in attività per lo più precluse al sapiens ma che, per il quadrupede, erano espletabili con disinvoltura, serietà, capacità, piacere e minor costo. Da tanti anni invece, quando osservo un cane che lavora o che mi viene portato per una visita veterinaria, mi rendo conto che il mio approccio al soggetto è orientato. Orientato a che? Alla razza a cui appartiene e alle patologie che probabilmente svilupperà. In ortopedia veterinaria questo comportamento del medico viene definito BOA, termine che ho conosciuto una ventina di anni fa, proposto da alcuni colleghi e che significa Approccio Ortopedico Orientato alla Razza (Breed-oriented Orthopaedic Approach). Non so che successo abbia avuto questo schema di lavoro ma, per quanto mi riguarda, ha influenzato pesantemente la mia attività, sia lavorativa che di studio.Sempre più spesso mi dispiaccio nell’osservare razze -per me conosciutissime- che mi si presentano con un corteo di segnali morfoattitudinali che da ragazzo osservavo con leggerezza e superficialità, imputando forme e comportamenti a peculiari caratteristiche di razza. Tradotto: ciò che un tempo mi faceva divertire, mi piaceva, avallavo o reputavo ininfluente per lo stato generale di quel cane, ora mi provoca disagio, ansia e mi svela sofferenze sottostanti (i labbroni e la pelle debordanti di un bracco italiano, le orecchie smisurate di un cocker, la stazza elefantiaca di un Irish wolfhound, la schiena ingobbita di un pastore tedesco…). Già quarant’anni fa si vedevano le storture di una selezione improntata all’eccesso e gli anni trascorsi da allora non hanno fatto che esacerbare forme e comportamenti al punto tale che, molte delle attuali razze canine, non sopravviverebbero senza un veterinario al loro fianco. Se vedo un chihuahua non immagino un felice frugoletto zampettante per casa ma penso a cagnoline con parti distocici, a fontanelle aperte, denti traballanti e marci su mandibole fragilissime, cervelli inespressi e idrocefali, arti inclini a fratture e con teste femorali in necrosi o rotule lussate. Non ho pensieri migliori quando vedo cani giganti come gli alani o i San Bernardo, con tutte le loro patologie di sviluppo scheletrico, le torsioni di stomaco, la fatica a compiere qualsiasi attività fi135sica causa il surriscaldamento conseguente, le patologie cardiache, quelle cutanee e fermiamoci qui, per carità.Ho parlato volutamente dei due estremi rappresentanti della specie canis familiaris, tralasciando tutto ciò che sta nel mezzo per evitare il tedio di ulteriori elencazioni di patologie presenti in altre razze, che farebbero solamente imbestialire i paladini di ognuna di esse, convinti come sono di esserne gli unici veri conoscitori e di poter spiegare al mondo che, se la loro razza preferita ha dei problemi, la colpa è di chi non li sa crescere.Avere un cane è diventato complicato. La nostra vita di proprietari di cani non è più condizionata dalle passeggiate fisiologiche e dalla ciotola da riempire convenientemente (un tempo con gli avari avanzi di casa, ora con costosissimi cibi esclusivi) ma dalle visite dal veterinario per le doverose profilassi vaccinali; dagli incontri con altri imbranatissimi proprietari che aderiscono alle puppy class, organizzate da “comportamentalisti” e ditte produttrici di mangimi; da discese e salite per le scale con in braccio cani giovani ma pesanti, perché “altrimenti si rovinano le zampe immature e svilupperanno poi la displasia”; da passeggiate nelle apposite aree cani dove c’è sempre il tizio col cane più stronzo che aggredisce gli altri cani e tra gli altri, guarda caso, c’è di mezzo il tuo. Hai voluto il cane perché ti hanno detto che è una esperienza magnifica ma lo devi lasciare in casa tutto il giorno: il destino tragico e baro ha deciso che tu debba andare a lavorare quotidianamente (te ne eri dimenticato?). Hai pensato di risolvere il problema con un recintino mobile nel soggiorno ma questo va bene giusto giusto per un botolo di un chilo, muto e sordo. Quando tu non ci sei il cane urla come un disperato e, i vicini di casa, prima cercano di capire ma poi ti mandano a fare in culo e chiamano le guardie zoofile. Allora lo lasci in giro per casa, libero di fare tutto quello che vuole ma lui vuole stare con te perché ha l’ansia da separazione, che è una brutta faccenda da gestire. Vai giù allora di ansiolitici -a te e al cane- e di terapia comportamentale -al cane-, di “contro condizionamento” -al cane- con tanto di sedie masticate, divani strappati, mobili triturati, fili della corrente divelti e tappeti annientati -a te-. E pipì e cacca ovunque -a te-. È agitato poverino, è sempre solo, perché non gli prendi un compagno così non resta solo tutto il giorno?”. I più non ci cascano ma una buona fetta di neofiti rilanciano e moltiplicano per due i problemi anzi, no, li elevano al quadrato. E poi: ve lo immaginate un border collie in un appartamento? O un pointer a passeggio per le strade del centro, con tanto di pettorina e incurante dei torraioli che gli sbecchettano davanti? O un pastore tedesco in cima all’attico? Tutti cani136acquistati perché ti piacevano sulle foto che hai visto, presi dall’allevatore di grido, quello più figo, quello che ha i cani più premiati degli altri e logicamente più costosi degli altri e che, quando gli allunghi 2500 euro per il cucciolo di due mesi, è disposti a giurarti che potrai crescere un rottweiler senza problemi anche se è il primo cane che hai mai avuto, anche se il tuo tempo libero è quello che dedichi al letto dalle ventitré alle cinque e trenta, anche se tu sei una donna di anni sessanta e chili quaranta e, al massimo, puoi far passeggiare il cane sul ballatoio del condominio ma pensi che, con quel cane, nessuno verrà a darti fastidio o a derubarti gli ori di casa.Qualcosa non torna, vero? Quanti sono i coglioni che incappano in questo tipo di percorso perverso e non ne usciranno “finché morte non li separi”? Eppure tutti ti dicono che sia bello avere un cane. Che sia utile avere un cane. Che sia formativo per i bambini avere un cane. Che aiuti la nostra socialità. Questo per quanto ci riguarda. E per quanto riguarda il cane? È forse giusto vincolare certe tipologie di cani in ambienti e/o situazioni incompatibili con la loro biologia? È giusto allevare razze che si portano sulle spalle una caterva di problemi legati a una selezione demenziale fatta su esagerazioni morfologiche e comportamentali che ci fanno credere bello ciò che invece è deturpante, patologico o esagerato, sia che si parli di taglie, di forme, di colori o di attitudini?È evidente che io abbia un parere divergente. Ogni volta che si parla di razze di cani, mettiamocelo bene in testa, non si parla mai, ripeto, mai, di qualcosa di normale, di qualcosa selezionato dalla natura florida e ubertosa che ci circonda ma, al contrario, di un animale voluto dall’uomo, più o meno consapevolmente, per suo uso e consumo. A volte questo prodotto, inserito in un contesto coerente, è stupendo, perfettamente adatto allo scopo prefissato e non lede la salute fisica del canis familiaris inteso come specie. Altre volte il prodotto è orribile e indegno, un vero mostro geneticamente modificato da noi per ignoranza, egoismo, stupidità o aberrante gusto dell’orrido.Non facciamo elenchi ora. Oppure, se volete, facciamoli

